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EducazioneUnità - Education for Unity

Incontro pedagogico, Padova 6 ottobre 2012

(Patrizia Mazzola)

Sono un’insegnante. Ho insegnato inglese per 20 anni a Palermo, nella scuola media. Da tre anni mi sono trasferita a Grottaferrata per lavorare all’AMU, Azione per un mondo unito, che è una ONG del movimento dei Focolari riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri, che da più di 20 anni si propone di diffondere una cultura del dialogo e dell’unità tra i popoli. Insieme alle popolazioni coinvolte, si impegna a realizzare attività sostenibili che pongano le premesse per un effettivo sviluppo, nel rispetto della realtà sociale, culturale ed economica locale. Ad oggi, l’AMU ha realizzato 350 progetti in 56 Paesi in diversi ambiti: dall’istruzione alla formazione professionale, dal sostegno alle necessità primarie (alimentazione, casa, salute), alla costruzione di infrastrutture, dagli interventi post emergenza al micro credito e micro imprenditoria.

L’Amu è inoltre accreditata ufficialmente presso il Ministero dell’Istruzione per la formazione del personale della scuola sui temi della mondialità, cittadinanza attiva e dei diritti umani e promuove convegni, campus, corsi e seminari per insegnanti, educatori e studenti.Con cadenza mensile,  tramite una Newsletter, vengono offerti aggiornamenti delle attività che l’Associazione Azione per un Mondo Unito svolge nel campo dell’educazione.

Presso l’Amu mi occupo di educazione allo sviluppo e in particolare di formazione per gli insegnanti. Oggi però sono qui per raccontarvi qualcosa dell’esperienza che ho fatto nella scuola a Palermo.

 Appena laureata, dopo anni di supplenza nel nord Italia, finalmente sono ritornata nella mia città, Palermo. Ho insegnato, per scelta, nelle scuole medie di due zone povere della città di Palermo: prima nel quartiere Albergheria e poi a Brancaccio. La scelta è stata motivata dal mio forte interesse per la realtà sociale di alcuni quartieri e sentivo che dovevo compiere una opzione “preferenziale” per gli ultimi della mia città.

Per comprendere la realtà sociale dei due quartieri dove ho lavorato ve ne descrivo brevemente il contesto.

Albergheria: All’interno di questo quartiere situato nel centro storico della città, ma culturalmente anch’esso alla “periferia”, c’è il mercato storico di “Ballarò”. Per lungo tempo è stato un quartiere estremamente degradato, conta circa 5.000 abitanti, la maggior parte di essi oggi sono di provenienza nordafricana e indiana. Il tasso di dispersione scolastica è abbastanza alto, va dal 25 al 30%.

Brancaccio: quartiere composto da circa 20.000 abitanti, è situato alla periferia est di Palermo; tristemente conosciuto come il luogo dell’efferato omicidio per mano mafiosa di Padre Pino Puglisi. Una parte considerevole dei residenti non ha lavoro stabile e vi è una grande percentuale di straccivendoli, manovali e venditori ambulanti. Non esistono giardini pubblici né ville e non vi sono attrezzature sportive. L'organizzazione del tempo libero, specie dei minori, è affidato alle parrocchie e al privato sociale, che riesce a coinvolgere una parte limitata della popolazione, che affolla così le strade, i bar e le sale giochi. A tutt’oggi nel quartiere non vi sono asili nido. Il tasso di dispersione scolastica è abbastanza alto è in media al 20% ma in una scuola media del quartiere è il 60%.

 Insegnare in questi quartieri per 20 anni è stato scoprire una città dai due volti, quella in cui vivo, in uno dei quartieri residenziali della città, e quella fatta di emarginazione, miseria, estrema povertà, alunni che non frequentavano o avevano disagi fortissimi. Penso a Paolo, Vincenzo e Maria che abitavano in un magazzino vicino a una stalla, senza acqua corrente. Maria doveva andare ogni giorno alla fontana prima di venire a scuola per riempire dei bidoni. Ogni volta che pioveva la loro “casa” si allagava e non venivano a scuola. Antonio, un ragazzo disabile, il pomeriggio lavorava per 5 euro a settimana presso un negozio di frutta e verdura: aveva appena 11 anni.

Mi sono accorta delle loro situazioni di disagio parlando con loro, cercando di capire le ragioni del loro comportamento. Ad esempio, quando mi sono accorta che Francesco non riusciva più a seguire le lezioni ed era sempre più agitato gli ho chiesto perché faceva così e mi ha risposto urlando “picchì aiu pitittu”, perché ho fame. Una staffilata. Gli ho parlato e gli ho proposto di andare ogni giorno presso il panificio di fronte alla scuola e prendere la merenda gratis. Mi ha guardato come se fosse un sogno e mi ha abbracciata. All’uscita da scuola mi sono accordata con il proprietario del panificio che sarei andata settimanalmente a pagare il conto. Anche lui è rimasto sorpreso. Soprattutto Francesco ha ripreso a comportarsi normalmente in classe, a studiare e alla fine dell’anno è stato promosso senza problemi all’esame di III media.

In queste scuole tutto è prezioso, ma prima di ogni altra cosa vengono i rapporti: la relazione è costitutiva, è alla base del nostro insegnamento. Sono tanti gli insegnanti che si prodigano umanamente per soddisfare alcune necessità: libri, vestiti, cibo, materiale scolastico...

Dopo 20 anni con questi ragazzi mi sono accorta che ormai posso insegnare dovunque. All’inizio però non è stato facile. Il primo anno mi sono buttata a capofitto,e non è stato per niente facile. Ho capito che per affrontare questa situazione avevo bisogno di strumenti pedagogici e didattici, non bastavano volontà ed entusiasmo e soprattutto non si poteva improvvisare. Allora ho cercato intorno a me persone competentui e ho frequentato corsi di formazione, in particolare sul fenomeno della dispersione scolastica, problema gravissimo a Palermo: quasi un ragazzo su tre, infatti, non frequenta la scuola perché va lavorare già da piccolo o è oggetto di attenzione della microcriminalità.

Dopo questa formazione sulla dispersione scolastica a scuola abbiamo creato un bel gruppo di docenti molto motivati e preparati ad affrontare queste difficoltà. Insieme pian piano abbiamo acquisito gli strumenti e le competenze per stabilire subito un rapporto con i ragazzi quando si entra in classe, per fare lezione, tenendo conto che i tempi di attenzione sono molto limitati e anche per fare fronte a situazioni più gravi di deprivazione o di abuso. Abbiamo cercato di porci degli obiettivi insieme ed elaborato svariati progetti. Quello che è stato fondamentale per me, oltre ai corsi di formazione, sono stati i rapporti con i colleghi: tra di noi – con molti almeno – c’era uno scambio continuo. Usavamo ogni momento libero per scambiarci le informazioni sui ragazzini, per confrontarci sui problemi che avevamo, per aiutare i colleghi in difficoltà: è importante essere amici tra noi colleghi a scuola. E i ragazzi sono sensibili a questo.

 

Alcuni episodi

Un giorno sono entrata in classe, in prima media, e ho trovato i bambini che giocano a “scippare”: un bambino si metteva il portafoglio in tasca e faceva finta di niente e un altro si esercitava a sottrarglielo senza che lui se ne accorgesse. Cosa fare? Ho posato la borsa, mi sono messa il mio portafoglio nella tasca dei jeans e ho proposto loro di fare la prova con me. Dopo un attimo di sorpresa ci sono stati. E così ho potuto dire loro che mi ero accorta benissimo quando me lo stavano togliendo e che forse era meglio se usavamo il nostro tempo per fare altro: allora hanno subito smesso il loro gioco, si sono seduti tranquilli nei banchi e abbiamo fatto lezione. Dato che mi ero interessata a quello che facevano, invece che sgridarli o chiamare il preside, mi hanno ascoltato quando ho detto che non ero d’accordo e ho proposto loro di lavorare.

Un altra volta quando sono entrata in classe ho trovato tutta la classe che giocava a braccio di ferro e nessuno mi ha dato retta quando li ho salutati. Ho guardato la gara fino alla fine, ma anche dopo si sono rifiutati di fare lezione. Allora ho proposto a chi aveva vinto, un ragazzino con tantissimi problemi, violento, di “giocarcela” a braccio di ferro. Se vincevo io si faceva lezione, se vinceva lui no. E’ calato un grande silenzio in classe. Tutti e due eravamo rossi in faccia per lo sforzo, ma nessuno dei due riusciva a vincere... Allora ho detto “Vincenzo, siamo pari. Facciamo un’ora di inglese e l’ora dopo ti riposi”. Subito lui si è seduto (e con lui il resto della classe), ha aperto il libro e ha fatto un’ora tranquillo e poi l’altra ora pure, perché una volta che si riesce a cominciare il più è fatto.

Certo con questi ragazzi ho cambiato il mio modo di insegnare, a partire dalla disposizione dei banchi, ma anche cercando appena possibile di portare i ragazzi fuori dall’aula, che finisce per essere una gabbia che sta stretta anche a noi insegnanti, non solo a loro. Ho scoperto che noi insegnanti siamo ricercatori, come all’università, dobbiamo scoprire cose sempre nuove, avere quella passione che ti permette di adattare la tua disciplina alla classe che hai davanti. Questo è vero dappertutto e tanto più in situazioni fortemente svantaggiate, che ostacolano la riuscita formativa degli alunni. E’ necessaria una grande professionalità e nello stesso tempo una grande “passione” per insegnare in queste scuole.

A Brancaccio ho insegnato in un istituto comprensivo intitolato proprio a Padre Pino Puglisi. Qui con alcuni colleghi siamo riusciti pure a fondare un giornalino sia cartaceo che on line, che veniva dato a tutti gli studenti. Quello del giornalino era uno dei laboratori che il nostro dirigente aveva deciso di creare per tenere i ragazzi a scuola anche al pomeriggio ed evitare che stessero per la strada. Si investivano così i fondi che in quegli anni ancora c’erano a scuola. I ragazzi erano molto interessati. E’ cambiato il modo di vedere noi insegnanti. E noi abbiamo avuto un’opportunità di conoscere di più i nostri studenti e fare con loro cose importanti, come ad esempio l’intervista a Felicia Impastato, mamma di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia. Vi potete immaginare cosa significhi questo in quella realtà. Una delegazione di studenti del giornalino è anche partita per Roma, dove è stata ricevuta dal Presidente della Repubblica, dal Santo Padre e dal sindaco.

Quando la gente si è accorta che la scuola funzionava bene anche chi – avendo un po’ più di mezzi – prima mandava i figli a scuola fuori dal quartiere, ha cominciato a mandarli lì e questo ha contribuito a migliorare ulteriormente l’ambiente. Diversi dei miei studenti si sono iscritti all’università.

Vorrei lasciarvi con un video di 3 minuti che vorrebbe dare una visione di insieme della realtà in cui ho lavorato

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Sono numerosi gli studenti che hanno scritto e discusso tesi di laurea dando un loro contributo al comune cammino di ricerca mondiale per una "pedagogia dell'unità".

Nella sezione "Studi e ricerche" stiamo pubblicando brevi sintesi di questi lavori e chiederemmo a tutte e tutti coloro che lo desiderano di inviarceli (con eventuale recapito mail per prendere contatti).

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