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EducazioneUnità - Education for Unity

Benevento, 9 ottobre 2011

(Domenico Bellantoni - Pontificia Università Salesiana, Roma)

 

 

In questa relazione rifletteremo sul tema del senso/significato della relazione, in particolare nel contesto della comunità e, nello specifico, della comunità educante.

In effetti, il tema della relazionalità in ambito comunitario ha assunto progressivamente un valore via via crescente, parallelamente allo spostamento di focus dall’idea di azione educativa a quello di rel-azione educatica, da questa a quella di inter-azione educativa, quindi alla consapevolezza che ogni educazione si svolge all’interno di una comunità/contesto educativo e, comunque, educante.

In tal senso, proveremo ad individuare alcune peculiarità di una comunità che voglia qualificarsi come pienamente umana e, in tal senso, come efficacemente educativa, capace cioè di promuovere l’umano individuo e ciò alla luce del concetto fondante di persona.

 

1. Etimologia dei termini in gioco

Avremo modo di approfondire come la relazione implichi necessarimente la comunicazione. Ebbene, una prima reale confusione, a volte inconsapevole, altre volte voluta e quindi manipolativa, dipende dal mis-conoscimento o dalla non conoscenza, quando non sia vero e proprio mis-conoscimento, del vero significato delle parole. Ciò finisce con l’indurre nella relazione, e pertanto nella comunità, in ogni comunità, l’esperienza di una novella Babele.[1]

In tal senso, riteniamo sempre opportuno iniziare ogni discorso con alcune chiarificazioni etimologiche dei termini più importanti a cui faremo riferimento e offrirne una semplice e sintetica legenda.

Appartenenza (appartenere). Dal latino ad = a e pertinère = stendersi, giungere, pervenire; quindi, riferirsi, concernere; per + tenere. Che fa capo a… , che fa riferimento a qualcosa di principale; essere congiunto, parente.

Reciproca (reciprocità). Dal latino recíprocus. Alcuni ritengono che l’etimo rimandi alla composizione di rècus (dietro) e prócus (avanti): che va avanti e indietro, che refluisce, che ritorna. Altri lo collegano a reciperàre: ricuperare, che dà e ripiglia. Sinonimo, comunque, di vicendevole, mutuo, scambievole. Altri ancora, mettono in evidenza come ci sia una caratteristica di risposta, di reazione a una iniziativa di partenza (es. reciproco amore tra genitori e figli).

Comunità. Dal latino communitàtem = più individui che vivono in comune, condividendo leggi, ideali, valori, obiettivi, scopi, ecc. o, più in generale, un sistema di significati. Inoltre, in considerazione dell’accezione di «persona», emerge la valenza del tema relazionale.

La parola comunità, in tal senso, richiama fortemente e si pone come estensione della famiglia (es. famiglia umana come sinonimo di comunità umana). Per alcuni esiste anche una comunità più ampia, la comunità umana, sostanzialmente coincidente con l'umanità, perché tutti gli umani hanno dei valori ed obiettivi condivisi (o almeno dei diritti comuni).

Significato. Dal latino significàre, signum = segno + ficàre (fàcere) = fare. Le persone, i fatti, gli eventi «significano», fanno dei segni, esprimono, mandano a dire… Interpellano a una risposta. Si «scoprono» ( e non si «costruiscono») i significati nel corso della vita. Lasciar essere e non pretendere disporre a proprio piacimento dlele cose e delle persone.

Senso. Spesso considerato e utilizzato come sinonimo del precedente. Qui vogliamo invece intenderne l’etimo come direzione (cfr. «senso unico»). Pertanto, per senso della vita, intendiamo la direzione della nostra esistenza. A cosa miriamo? Qual è lo scopo fondamentale e ultimo del nostro vivere e alla luce del quale considerare ogni nostra azione?

Nel corso della nostra riflessione sul senso della relazione nel contesto comunitario riprenderemo e ritorneremo sull’etimologia dei termini appena presentati. In particolare evidenzieremo come particolare importanza assuma la consapevolezza circa il proprio senso nell’esistenza (Bellantoni, 2011b, pp. 129-131).

Spesso, nel contesto contemporaneo, si sente ripetere lo slogan «carpe diem», cogli l’attimo. D’altra parte, a nostro avviso, la domanda è: d’accordo cogliere l’attimo… ma per far cosa? Vivere ogni momento come se fosse l’ultimo, l’unico, implica realizzare in quel preciso istante ciò che veramente conta nella nostra esistenza, ciò che è in relazione c profonda con i nostri valori, con la direzione fondamentale della nostra vita, con il senso esistenziale.

Scrive, a questo riguardo, Seneca (2008) in Lettere e Lucilio, un’opera che risale al I sec. d.C.:

Non dobbiamo cercare di vivere a lungo, ma di vivere abbastanza; vivere a lungo dipende dal destino, dalla nostra anima vivere quanto basta. La vita è lunga se è piena, e diventa tale quando l’anima ha riconsegnato a se stessa il suo bene e ha preso il dominio di sé. Che cosa servono a quel tizio ottant’anni trascorsi nell’inerzia? Costui non è vissuto, ma si è attardato nella vita, e non è morto tardi, ma lentamente. «È vissuto ottant’anni». L’importante è da che giorno calcoli la sua morte. «Invece quell’altro è scomparso nel fiore degli anni». Ha adempiuto, però ai doveri di onesto cittadino, di fedele amico, di buon figlio; mai è venuto meno ai propri obblighi; anche se è incompleta la sua età, è completa la sua vita. «È vissuto ottant’anni». Anzi è esistito per ottant’anni, a meno che tu non dica che è vissuto, così come si dice che gli alberi vivono. Ti scongiuro, Lucilio mio, facciamo in modo che la nostra vita, come tutte le cose preziose, non conti per la sua estensione, ma per il suo peso; misuriamola dalle azioni, non dal tempo. Vuoi sapere che differenza c’è fra un uomo vigoroso e sprezzante della fortuna, che ha adempiuto a tutti i doveri della vita umana ed è giunto al sommo bene, e un uomo che ha lasciato scorrere gli anni? Il primo vive anche dopo la morte, il secondo si è spento prima di morire. Lodiamo, perciò e mettiamo nel numero degli uomini felici chi ha ben impiegato il poco tempo avuto in sorte. Egli ha visto la vera luce; non è stato uno dei tanti; è vissuto; è stato forte. Talora ha goduto di giorni sereni; talora, come spesso avviene, lo splendore del sole si è mostrato fra le nubi. Perché chiedi quanto è vissuto? Vive ancora: è balzato tra i posteri e si è consegnato al loro ricordo. Non per questo rifiuterei degli anni in più; ma anche se la vita mi viene troncata, dirò che non mi è mancato niente per avere la felicità; non ho regolato la mia esistenza su quel giorno che un’avida speranza mi aveva promesso come ultimo: ogni giorno l’ho guardato come se fosse l’ultimo (Libro 15, capo 93, vv. 2-6).

Nel prossimo paragrafo, riprendendo proprio tale accezione della parola senso, offriremo una riflessione circa il significato ultimo delle dinamiche relazionali umane, domandandoci appunto quale sia il senso della comunità e delle relazioni all’interno di essa.

 

2. Il senso della comunità

La breve analisi etimologica proposta nel primo paragrafo evidenzia come ciò che costituisce la comunità è, per l’appunto, una unità di individui motivati a stare assieme da uno scopo comune. In tal senso, ogni comunità potrà differire da un’altra a seconda della finalità che ciascun gruppo persegue.

Eppure, per quanto differenti, ogni comunità sarà anche simile all’all’altra alla luce di una qualità trasversale: quale che sia la finalità, la tipologia, la meta del gruppo in questione, si tratterà sempre di una comunità umana, una comunità di persone. D’altra parte, nella cultura contemporanea, spesso tale evidenza sparisce dall’orizzonte di una concezione che, spesso, finisce col sacrificare l’individuo alle ragioni del gruppo.

In tal senso, è bene ribadire che la persona, in quanto tale e per il valore intrinseco di cui è sempre portatrice, non potrà mai essere considerata mezzo, ma sempre fine. Ecco che, allora, quale che sia la comunità in questione, non potrà mai essere dimenticata la persona, il suo bene, la sua crescita personale.

Alla luce di questa riflessione, il senso ultimo di ogni comunità umana non potrà che essere la crescita individuale, la realizzazione personale di ogni suo membro, la promozione di ogni persona al suo interno. E se, quindi, la comunità implica l’attenzione al pieno sviluppo di ogni suo componente, ciò diventa necessariamente fondativo, nel rispetto della diversità dei ruoli, di una esistenziale e fondamentale reciprocità, di una reciproca appartenenza in riferimento ad una visione di famiglia estesa, di fraternità universale. Così, nella famiglia come nella fabbrica, nella coppia come nella società, il senso ultimo di ciascun gruppo umano (= Comunità) risiederà nella promozione di ogni suo membro (Bellantoni, 2010, p. 350).

 

3. La perdita del senso della relazione nella cultura contemporanea

Ci si chiede, a questo punto, come mai tale orizzonte di senso sembra oggi messo radicalmente in discussione da un diffuso e contagiante individualismo?

La risposta a questa domanda necessita di una riflessione di carattere antropologico e della considerazione di alcuni indicatori che emergono con evidenza dalla storia della psicologia.

La psicologia, in realtà, può essere considerata una scienza particolarmente giovane e vede la sua nascita collocata tra la fine del XIX secolo e gli inizi del successivo. In tal senso, i primi due approcci di questa disciplina – la psicoanalisi e il comportamentismo – risentono della visione antropologica, organicista e meccanicistica, caratteristica di quel tempo e rimandante alla più ampia visione positivista della scienza in quel periodo.

Da una parte, in Europa la psicoanalisi freudiana enfatizza una visione di uomo la cui condotta viene considerata espressione inconsapevole dei traumi e delle dinamiche infantili, dall’altra, negli Stati Uniti, a partire dalla sperimentazione di laboratorio, va affermandosi il comportamentismo watsoniano che, invece, riduce il comportamento umano al paradigma stimolo/risposta e, contrariamente alla visione psicoanalitica, si dichiara impotente ad analizzare la mente umana, la black box (idem, 2005, p. 149).

In questo modo, la condotta umana viene collocata al di fuori dell’ambito della responsabilità. Infatti, ogni azione umana viene in realtà considerata una re-azione a uno stimolo, più o meno inconsapevole, interno (psicoanalisi) o esterno (comportamentismo). L’uomo diviene allora il risultato di agenti che operano al di fuori della sfera della propria libertà e consapevolezza (Frankl, 2005a, p. 117; Bellantoni, 2011c, pp. 84-85).

Non mancano, a questo punto, i motivi affinché vada via via sviluppandosi una corrente di pensiero (la terza forza) che, proprio in reazione alle visioni psicologiche imperanti, intenda recuperare e riaffermare una visione di uomo libero e responsabile, considerato fondamentalmente «buono» e auto-poieticamente orientato al pieno sviluppo di sé.

Nasce così, in ambiti non limitati alla clinica e alla sperimentazione in laboratorio ma legati anche alla consulenza e all’educazione, grazie ad autori tra i quali spiccano principalmente Maslow, May e Rogers, la Psicologia umanistica per l’essere umano tende fondamentalmente alla propria autorealizzazione (cfr. la «piramide dei bisogni» di Maslow, 1987, pp. 84-92; Rogers, 1970, pp. 290-291).

Sembra l’alba capace di illuminare l’orizzonte di una umanità che, liberata dalla schiavitù degli stimoli e dei complessi, viene riconsegnata alla progettualità e all’autodeterminazione. Eppure, come spesso capita, quelle che a volte sembrerebbero porsi come posizioni contrapposte finiscono col rivelare fondamentali punti d’incontro. Infatti, tanto nella psicoanalisi e nel comportamentismo, quanto nella psicologia umanistica, all’origine di innumerevoli approcci di psicologia tra gli anni ’60 e ’70, il riferimento fondamentale resta a un uomo considerato eminentemente quale individuo e, come tale, trascurato nella sua fondamentale condizione di persona (Bellantoni, 2007, pp. 66-77; Palumbieri, 2007, pp. 57-64).   

 

4. Per una relazione caratterizzata da autotrascendenza e reciprocità

In effetti, benché il movimento umanistico abbia avuto senza dubbio il merito di riaffermare la centralità dell’invididuo umano, la focalizzazione e l’insistenza sul concetto di autorealizzazione ha finito, nel tempo, col giustificare una cultura e una visione delle relazioni caratterizzate da individualismo egocentrico e funzionalismo autoreferenziale (ibidem, p. 51; cfr. anche Semerari, 2010).

Spostandoci dall’ambito della riflessione teoretica a quello della concretizzazione e dell’esemplificazione, basti pensare al significato di un matrimonio o, più in generale, di una relazione di coppia in cui, ciascun partner abbia come unico o anche ultimo criterio di orientamento esistenziale la propria personale auto-realizzazione: avremmo necessariamente delle relazioni interpersonali in cui ciascuno pensa a sé, dimentico del benessere e della realizzazione dell’altro (pure) amato. Immaginiamo una dichiarazione d’amore che finirebbe col presentarsi, più o meno, in quetso modo: «Ti amo… sei tu la donna (l’uomo) che realizzerà la MIA vita!». In effetti, assai più romantico e significativo sarebbe ascoltare da colui che ci ama: «Ti amo… sei tu la donna (l’uomo) la cui vita voglio realizzare». Amare significa mettere al centro l’altro, il suo bene, manifestando la capacità di de-centrarsi dal proprio esclusivo interesse. Certo, si tratta di evidenziare una dinamica di reciprocità in cui, mentre io pongo al centro il bene dell’altro, questi sarà impegnato a fare lo stesso con me (Bellantoni, 2011a).

Questa visione, che finisce col porre l’altro in posizione esclusivamente strumentale, funzionale al mio benessere individuale, d’altra parte, non investe unicamente la relazione di coppia, ma anche l’ambito educativo, socio-politico e, più in generale, tutti quei contesti in cui l’enfasi è posta sui temi del servizio all’altro, della cura e della reciproca convivenza.

Innaginiamo cosa possa significare, ad esempio, nella relazione educativa o, in particolare, nel rapporto docente-allievo la difficoltà a porsi accanto al bene dell’altro, all’obiettivo della sua realizzazione personale, nell’incapacità di un sano auto-distanziamento dai propri interessi individuali e privatistici. Scendendo nello specifico: un orario delle lezioni dovrà essere strutturato sulla base dei desiderata dei docenti o delle dinamiche di apprendimento ed esigenze evolutive degli allievi? Nella risposta a questa domanda c’è la differente enfasi tra auto-realizzazione e auto-trascendenza (idem, 2011b, pp. 132-134).

In effetti, Maslow stesso, alla luce di un appassionato carteggio con Viktor Frankl, fondatore dell’Analisi esistenziale, ammise che non può essere intesa alcuna autorealizzazione individuale perseguita per via diretta. Essa, infatti, sarà sempre la conseguenza non ricercata di un essersi messo a servizio dell’altro amato, di un valore da realizzare o di un compito da portare a termine e al quale valga la pena di orientare la propria esistenza (Frankl, 2005b, p. 187; Bellantoni, 2011b, p. 112; Maslow, 2005, p. 72).

In tal senso, Frankl (2005c) arriva ad affermare che il vero amore è sempre autotrascendente (p. 85): « Se non lo faccio io, chi altri lo farà? – E se non lo faccio ora, quando sarà il momento di farlo? – E se lo faccio solo per me stesso, chi sono io? (idem, 1998, p. 69).

 

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Bibliografia


- Bellantoni D (2005), Le prospettive cliniche della logoterapia. Verso la definizione di un modello clinico integrato, in E. Fizzotti (a cura di), Nuovi orizzonti di ben-essere esistenziale. Il contributo della logoterapia di Viktor E. Frankl, Roma, LAS, pp.147-171.

-Bellantoni D. (2007), La critica logoterapeutica del riduzionismo, in E. Fizzotti (a cura di), Il senso come terapia, Roma, Franco Angeli, pp. 66-84.

- Bellantoni D (2010), Dove va la famiglia? Il senso dell'esperienza familiare alla luce del pensiero di V.E. Frankl, "Ricerca di senso", vol 8, n.3, pp 345-384

-Bellantoni D. (2011a), Finché conflitto non ci separi. La crisi della coppia, dalla consapevolezza del problema alle   opportunità di crescita, «Ricerca di senso», vol. 9, n. 3, pubblicazione in ottobre.

-Bellantoni D. (2011b), L’Analisi esistenziale di Viktor E. Frankl. 1. Origini, fondamenti e modello clinico, Roma, LAS.

-Bellantoni D. (2011c), L’Analisi esistenziale di Viktor E. Frankl. 2. Definizione e formazione per un approccio clinico integrato, Roma, LAS.

     -Frankl V.E. (1998), Senso e valori per l’esistenza. La risposta della Logoterapia, Roma, Città Nuova.

-Frankl V.E. (2005a), Logos, paradosso e ricerca di senso (1985), in D. Bruzzone e E. Fizzotti (a cura di), La sfida del significato. Analisi esistenziale e ricerca di senso, Trento, Erickson, pp. 107-124.

-Frankl V.E. (2005b), Logoterapia e Analisi esistenziale, Brescia. Morcelliana.

-Frankl V.E. (2005c), Una coesistenza aperta al logos: quanto «umanistica» è la psicologia umanistica? (1978), in D. Bruzzone e E. Fizzotti (a cura di), La sfida del significato. Analisi esistenziale e ricerca di senso, Trento, Erickson, pp. 79-90.

-Maslow A.H. (1987), Motivazion and personaliy (1954), New York, Harper Collins.

-Maslow A.H. (2005), Verso un compito oltre l’autorealizzazione: annotazioni al testo di Viktor E. Frankl (1966), in D. Bruzzone e E. Fizzotti (a cura di), La sfida del significato. Analisi esistenziale e ricerca di senso, Trento, Erickson, pp. 69-77.

-Palmese T. (2011), Le parole sono stanche. Aspetti educativi della narrazione, Soveria Manelli, Rubbettino Editore.

-Palumbieri S. (2007), L’uomo, meraviglia nel paradosso. Precariato esistenziale o essere come poter-essere?, in E. Fizzotti (a cura di), Il senso come terapia, Roma, Franco Angeli, pp. 44-65.

-Rogers C.R. (1970), La terapia centrata-sul-cliente (1951), Firenze, Martinelli.

-Semerari F. (a cura di) (2010), Senso e forme della comunità, oggi, Milano, Mimesis Edizioni.

-Seneca L.A. (2008), Lettere a Lucilio (62-65), Milano, Rusconi.

 

 



[1] Su questo tema, suggeriamo l’agile riflessione di don Tonino Palmese, 2011 (v. bibliografia).

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